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Quando il cinema indipendente diventa “dipendente”

  • Alessio Bruno
  • 11 ago
  • Tempo di lettura: 6 min

Una conversazione con Cosimo Santoro su cinema, libertà creativa

e nuove forme di distribuzione.



Ho sempre avuto un debole per il cinema. Per le storie e per quella strana capacità
che ha un film di portarti altrove per un paio d'ore.

Con Cosimo Santoro, fondatore di The Open Reel, realtà che si occupa di distribuzione internazionale di cinema indipendente, ho voluto guardare il cinema dall'altra parte dello schermo.

Abbiamo parlato di cosa significhi oggi produrre e distribuire un film indipendente,
di festival, di libertà creativa e di come sia cambiato il nostro modo di guardare le storie.
E inevitabilmente siamo arrivati a chiederci quanto sia ancora davvero indipendente 
il cinema indipendente.



01.Cosimo, quando è iniziata la tua storia d'amore con il cinema?

C'è un film che ti ha fatto capire che quello sarebbe stato il linguaggio attraverso cui avresti guardato il mondo?


In realtà non ricordo un momento ben preciso. Forse un periodo, più che un momento: quello in cui, nei primi anni ’80, ancora bambino, ho iniziato a guardare sceneggiati televisivi, poi ad andare al cinema con i miei genitori (all’epoca alla domenica si andava

al cinema), un film a settimana.


Da lì ho iniziato poi a vedere film d’autore, di quelli che programmavano di notte in TV, quando in realtà bisognava dormire o, diciamo, non adatti alla mia età. La televisione regionale notturna era allora dominata da commedie sexy all’italiana, ma capitava di trovare anche film più impegnati. Ricordo Marco Ferreri o Liliana Cavani, fino ai classici.


C’era un po’ di tutto.


È stato quindi naturale poi, una volta finite le superiori, all’università, fare studi legati

al cinema e alle arti in generale, avendo il privilegio di studiare, tra gli altri,

con Gianni Rondolino o Gianni Vattimo.


02.Torino è stata molto più della città in cui sei cresciuto: lì hai studiato cinema, hai lavorato nei festival e hai costruito le basi del tuo percorso. Poi hai scelto di tornare in Puglia. Guardandoti indietro, cosa ti ha lasciato Torino e cosa hai ritrovato tornando a casa?


Torino è una città alla quale resto visceralmente legato. È la città dei miei affetti privati,

è lì che mi sono formato, già alle scuole medie, grazie a una docente di Lettere visionaria

e progressista, è lì che restano immortalati migliaia di momenti e di ricordi.

È stata una città necessaria per la mia formazione e la mia vita in generale.

La Puglia rappresenta “casa”: il posto in cui si ritorna, dal quale, in realtà, non ti sei mai separato, e che segna una nuova tappa della vita.


03.C'è un regista che, più di altri, ha cambiato il tuo modo di guardare

il cinema? Cosa hai imparato dal suo sguardo che ancora oggi

porti con te?


Diversi e appartenenti a diverse epoche del cinema. Ti direi da un classico Jean Renoir,

con la sua profonda “umanità”, alle avanguardie e i formalismi di Buñuel, al disincanto

di Alain Resnais, fino al punk queer di Derek Jarman.

Sono tutti autori, insieme ad altri, che hanno reso lo sguardo più ampio, attento e critico nei confronti della vita e della società.


04.Ogni progetto nasce da un'esigenza. Quale vuoto sentivi nel panorama del cinema quando hai deciso di fondare The Open Reel?


In realtà non c’era un vuoto particolare da colmare, ma sicuramente non c’erano, nel 2012, quando è stata creata, agenzie di vendite che promuovevano tanto cinema indipendente.

Diciamo che la maggior parte si occupava e si occupa tuttora di cinema in grado di dare risultati nel mercato cinematografico.


05.Oltre a essere distributore, sei anche produttore. Produrre un film significa credere in una storia quando è ancora un'idea. Distribuirlo significa accompagnarla fino al suo pubblico. In quale di questi due momenti senti di esprimere maggiormente il tuo modo di vivere il cinema?


Sono due cose diverse, richiedono responsabilità diverse. Produrre vuol dire abbracciare

un progetto sin dalle basi, buttarcisi a capofitto. È una cosa un po’ rollercoaster.

Puoi solo intuire come può andare, ma finché il film non è finito non lo sai.

Presuppone un amore incondizionato per ciò che stai facendo e una volitività che non può cessare. Presuppone anche un investimento economico che non è detto si recuperi, e non

è un dettaglio… Ma se si raggiungono buoni risultati, la soddisfazione di aver fatto nascere una storia, di vederla insieme al pubblico e di farla circolare, è impagabile.


Distribuire un film, senza averlo prodotto, di certo alleggerisce il “carico”, ma comunque resta una sfida stimolante e qualche volta insidiosa rispetto alle strategie che si costruiscono, gli obiettivi che ci si prefissa e il raggiungimento (o meno) di certi risultati.

È un lavoro intenso, fatto di contatti densi e presuppone una collaborazione serena con

il produttore e il regista. Credo che questo sia un elemento imprescindibile.


06.Nel corso degli anni hai scelto di distribuire molti film che raccontano identità, diritti e storie spesso assenti dal circuito più commerciale. Quanto credi sia importante, oggi, dare spazio a un cinema capace di ampliare il nostro sguardo sul mondo e sulle persone?


Credo che oggi più che in altri periodi ci sia bisogno di registi, autori, in grado di restituire il loro sguardo personale sul mondo, non importa se ciò viene fatto con un linguaggio perfetto o meno; credo che conti di più l’autenticità.


Certo, questo molte volte si scontra con le logiche di produzione e mercato, ma credo che in questo periodo si stia tornando a dare importanza a forme di espressione più libere, dopo anni di cinema, anche indipendente, studiato a tavolino.


07.Si avvicina il Festival di Venezia e quest'anno The Open Reel sarà presente alla 41ª Settimana Internazionale della Critica con London e Revolver. In un momento in cui il mercato sembra premiare soprattutto produzioni sempre più grandi, cosa significa vedere due film indipendenti trovare spazio in un contesto come questo?


Sono due titoli che rappresentano a pieno lo spirito e l’indagine sulla realtà in cui si muove The Open Reel. Entrambi selezionati alla Settimana della Critica.


London è un lungometraggio brasiliano diretto da Márcio Picoli e Victor Di Marco.

Victor è una persona con disabilità. È il primo film in assoluto diretto da un regista queer

e disabile. Un film molto personale.


London
London

Revolver è un cortometraggio ambientato in un club di Napoli, molto scuro, in cui si intrecciano le vite di diversi personaggi e si perlustrano corpo, sessualità e società in modo libero e fluido.

Ha tra i protagonisti Iaia Forte, protagonista di uno dei film italiani che da sempre amo di più, Libera di Pappi Corsicato.


Revolver è diretto dalla regista trans Paoli De Luca, già autrice di Marina, premiato proprio alla Settimana della Critica lo scorso anno.


Revolver
Revolver

08.Negli ultimi anni il modo di vedere i film è cambiato profondamente. Da distributore, credi che il cinema stia vivendo una crisi o una trasformazione? E quale pensi sia oggi la sfida più grande per chi porta il cinema indipendente al pubblico?


Mi riallaccio alla risposta precedente. Il cinema è dominato dal mainstream, ma questo da sempre. Forse le cose stanno cambiando un po’ nel mondo del cinema indipendente, che ultimamente si è parecchio “dipendentizzato”.


Ci sono però degli autori che stanno tornando a un modo di fare cinema più libero, e spero onestamente si continui in questa direzione perché c’è sempre bisogno di una controparte.

Certo, questo implica una sfida maggiore, perché i canali che possono veicolare tale cinema sono pochi, sempre meno negli anni. Ma bisogna continuare a insistere su una produzione più varia, e su una libertà di espressione e forma, che sono venute a mancare anche lì dove erano nate.


09.Viviamo in un'epoca in cui tutto sembra dover catturare l'attenzione in pochi secondi. Il cinema, invece, ci chiede tempo, silenzio e attenzione. Pensi che oggi concedersi a un film sia diventato quasi

un gesto rivoluzionario?


Abbastanza. Ma penso allo stesso modo che se una storia ci appassiona davvero siamo portati naturalmente a essere in grado di “reggerla” nel tempo. D’altra parte, anche solo se pensiamo alle serie, ne abbiamo prova.

Comunque, per tornare alla brevità, proprio per questo il cortometraggio si è riscattato parecchio ultimamente dopo anni di quasi oblio, soprattutto commerciale.


10.Da Cannes a Venezia, da Berlino al Sud America, i festival sono diventati parte della tua quotidianità. Cosa succede davvero dietro le quinte di un festival che il pubblico non immagina?


Non lo so più :) Io lavoro parecchio durante i festival e i mercati, di giorno. Fino a qualche anno fa partecipavo anche alla parte serale, fatta di molti eventi.

Ora solo se strettamente necessario, o se sono nostri eventi. In generale cerco di fare una vita più sana, anche perché non reggerei il ritmo per più di una serata.


11.Siamo arrivati all'undicesima e ultima domanda. Se per dieci secondi potessi entrare dentro un film, chi saresti? Dove ti immagini?

E soprattutto: quale sarebbe la tua unica battuta?


Ok, sono un uomo sulla quarantina in abito gessato in un film ambientato negli anni ’30, tipo. Sono seduto da qualche parte: una panchina, al tavolo di un bar, non saprei.


Mi chiedono: «Fumate?»


Rispondo: «Sì, grazie.»


Le regole di THE11TH Conversations parlano chiaro: undici domande.

Il problema è che non sono mai stato particolarmente bravo a rispettare

le regole. Così, prima di concludere, ne aggiungo un'ultima.



12.Dimmi la verità: ti è mai capitato di addormentarti durante

una proiezione? Tranquillo… non ti chiederò il titolo del film.

Al massimo la nazionalità.


Avoglia!

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