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Guardare oltre la superficie.

  • Alessio Bruno
  • 13 lug
  • Tempo di lettura: 7 min

Una conversazione con l'artista Linda Aquaro



Ci sono artisti che raccontano ciò che vedono.


E altri che utilizzano la pittura per interrogarsi su ciò che si nasconde sotto

la superficie delle cose.

Nelle opere di Linda Aquaro convivono figure femminili, geometrie, frammenti

di realtà e suggestioni che sembrano appartenere a un luogo sospeso tra esperienza

e immaginazione. Un universo visivo che nasce dall'incontro tra sensibilità artistica

e rigore progettuale, tra il suo lavoro di architetto e la ricerca pittorica.


In questa conversazione abbiamo parlato di libertà femminile, del rapporto tra arte

e social media, di identità e del ruolo che le immagini continuano ad avere

nel nostro modo di interpretare il mondo.



01 Quando hai capito che la pittura sarebbe diventata il tuo linguaggio?


È difficile individuare un momento preciso. Credo che certe prese di coscienza arrivino dopo un lungo processo di rielaborazione e strutturazione interna. Mi sono sempre preoccupata di “fare” pittura e non di essere pittrice. Per cui, ad un certo punto, a furia di fare pittura, la pittura è diventata linguaggio famigliare, automatico. Mi apparteneva. In termini temporali, il mio primo dipinto ad olio risale all’anno 2000. Non è stato facile capire la tecnica all’inizio (sono autodidatta per vocazione), tant’è che ho sperimentato tantissimo negli anni, anche approdando a linguaggi tecnici molto diversi fra loro. Credo di aver raggiunto una sintesi che posso definire “mia” (non intendendo qualcosa di definito e non mutabile, sia chiaro) solo negli ultimi cinque anni. Insomma, credo di aver capito relativamente da poco il tipo di pittura che voglio fare.

 

02 Se dovessi raccontare la tua arte in tre parole, quali sceglieresti?


Credo che le parole più adeguate possano essere: trasversale, geometrica e narrativa.

 

03 Le tue opere sembrano vivere in uno spazio sospeso tra realtà

e immaginazione.

È un luogo che conosci bene o che continui a cercare?


Più che un luogo è una condizione acquisita e latente credo. Nel senso che mi muovo costantemente (anche nella vita) tra realtà/ tecnica (vedi il mio lavoro di architetto) e l’immaginazione/l’arte. È contrazione fra opposti apparenti, che genera uno strano equilibrio, quello in cui trovo poi la spinta creativa. Quando un fronte predomina sull’altro, questo equilibrio viene meno e mi impegno sempre a ritrovarlo.


Elogio della fuga, olio su tela, 2025
Elogio della fuga, olio su tela, 2025

 


04 La figura femminile attraversa gran parte del tuo lavoro.

Cosa rappresenta per te oggi?


È un pretesto, da una parte, per raccontarmi nei miei stati d’animo, traslandomi su corpi e volti che non sono il mio; dall’altra la modalità visiva con cui rappresentare certe tematiche che mi stanno a cuore, come la violenza di genere e la raffigurazione proprio del corpo femminile.

Da una parte quindi ci sono identità migrate e riportate a narrazioni più ampie in cui tutti possono riconoscersi; dall’altra un’analisi e una ricerca sulle modalità di rappresentazione del corpo femminile e non solo. Il tema della divisione anatomica in pezzi senza identità è qualcosa che ritorna spesso, tanto che in alcune opere sto proprio indagando questo concetto anche in relazione  alla frammentazione a cui i social ci hanno inevitabilmente abituato in questi ultimi anni.

 

05 Esiste una figura che ha influenzato il tuo modo

di vedere il mondo prima ancora della tua arte?


Dirò una banalità. Quando ero una ragazzina e studiavo storia dell’arte, ricordo di aver avuto una grande fascinazione per Michelangelo Buonarroti (mai sopita). Mi piaceva l’immagine dell’artista completo, capace di muoversi trasversalmente con grande consapevolezza su fronti tecnici diversi. Mi è sempre rimasta ben salda nel mio immaginario l’idea di trasversalità disciplinare: architetto, pittore e scultore. Una grande maestria tecnica ma anche intellettuale, un’abnegazione per l’arte che prescinde la vita stessa. Una visione che perseguo nell’ideale. Chiaramente non sono Michelangelo Buonarroti.


Fuori posto,Olio su tela, 2025
Fuori posto,Olio su tela, 2025

06 Quando pensi alla libertà femminile, qual è la prima immagine

che ti viene in mente?


Penso a una mano su un foglio che scrive o disegna. La possibilità di espressione: qualcosa di apparentemente semplice e scontato, se lo intendiamo con le consapevolezze acquisite oggi. Ma la scrittura e l’arte, tutta l’espressione in generale della dimensione femminile, sono state precluse e osteggiate per talmente tanto tempo che ancora oggi si fatica a dare pienezza a tutto questo (per quanto le cose siano nettamente migliorate negli ultimi decenni). Una donna che ha cultura, che può scegliere per sé stessa, suscita timore in una società intrisa ancora di stilemi macisti. Basti pensare che fino al secondo dopoguerra (quindi meno di un secolo fa), i manicomi erano pieni zeppi di donne che non volevano conformarsi agli standard famigliari e sociali (che le volevano ubbidienti e devote alla famiglia e poi al coniuge), perché magari di indole libera, disinibita o perché semplicemente desideravano altro per la loro vita, oltre una famiglia o uno scenario di mero accudimento. Non erano certamente pazze, semplicemente volevano poter scegliere e quindi risultavano ingestibili in un contesto che puntava a massimizzare un ritorno da chi non entrava neanche nella linea di successione.


In balia, Olio su linoleum
In balia, Olio su linoleum

07 Pensi che oggi una donna artista debba ancora conquistarsi spazi che ai colleghi uomini vengono riconosciuti più facilmente?


Certo, i tempi sono cambiati, ma ci sono logiche che sono talmente introiettate che ci vorrà ancora tempo per scardinarle completamente. Vale ancora per una donna, in diversi contesti lavorativi e culturali, quell’inespressa e velata richiesta alla dimostrazione, a faticare il doppio per comprovare di meritare una certa posizione. Per questo preferisco di gran lunga portare i miei progetti in contesti e spazi meno blasonati, ma dove vale in primis il rapporto umano e il dialogo reciproco.

 

08 Sei pugliese di origine e romana d’adozione. C’è qualcosa della Puglia che continua ad accompagnarti ogni giorno, anche nel tuo modo di guardare il mondo?


La Puglia, la mia terra, mi ha cresciuto all’osservazione, al contrasto, alla costruzione, ma soprattutto al tatto. Le cose vanno toccate, la materia va capita per trasformarla. È in questa logica alchemica che cerco di plasmarmi e di evolvere, non solo come artista ma anche come persona. È nel contrasto vivo di una terra

che sa accogliere ma che sa essere anche dura, come la nostra pietra, che c’è l’essenza di uno sguardo.

 

09 Frida Kahlo, Tamara de Lempicka e Georgia O’Keeffe.

Con chi ordini un cocktail, con chi parli d’arte fino all’alba e con chi passi un pomeriggio in giro per la città?


Con Frida Kahlo parlerei fino all’alba. Avrei diverse curiosità legate al suo modo di vivere l’arte anche

in una logica terapeutica. Poi le chiederei del suo rapporto con Rivera e Chavela Vargas.


Con Tamara de Lempicka prenderei un cocktail e le farei sfogliare un mio catalogo, magari discorrendo

sui nostri diversi approcci al geometrismo. 


Con Georgia O’Keeffe punterei a una passeggiata, chiacchierando della sua visione artistica così elegante

che ho sempre molto ammirato.


10 Oggi molte persone scoprono un’opera prima sullo schermo di uno smartphone che davanti a una tela. Instagram ha cambiato il modo di guardare l’arte o solo il modo di condividerla?


Credo entrambe e forse è inevitabile che sia così. Per certi versi è proprio la modalità di fruizione dell’opera che ne determina il formato. Se volessimo fare un parallelo a diversi secoli fa, i formati che oggi consideriamo standard per le tele, sono nati proprio in funzione del fatto che l’arte a un certo punto è diventata prêt-à-porter, cioè non era solo ad appannaggio delle famiglie nobili e benestanti, ma poteva essere acquistata da tutti: quindi formati più piccoli, facili da maneggiare e vendere, ovviamente. Allo stesso modo oggi i nostri “devices” e i social “visivi” come Instagram e Tik Tok, ad esempio, hanno determinato una nuova modalità di fruizione, ci hanno educato a una lettura diversa delle immagini, a una gestualità che ormai consideriamo automatica e normale (come lo scorrere il dito sullo schermo) ma che, di fatto, non ci apparteneva fino a venti anni fa.

Il fatto che l’opera debba essere condivisa socialmente ne determina ormai in modo inevitabile il formato (anche se col tempo, social come Instagram hanno implementato ulteriori formati oltre al primissimo quadrato), tanto da decretarne i primi step di realizzazione, in funzione di una ottimizzazione finale. Questo non ha determinato solo nuovi formati e nuovi mezzi ma anche una nuova figura di artista, più social e meno sociale (nel senso attivo delle termie) che deve strutturare il suo processo artistico anche nella logica di condividere

e fare contenuti. Quanto incide questo nella fluidità del processo creativo? Tantissimo, a mio avviso. Tanto da trovare in giro orde di pseudo artisti che producono più contenuti che arte vera e propria e la cui presenza sui social sta anche determinando una revisione in negativo sull’immaginario collettivo della figura dell’artista

e del fare arte.  Quello dell’artista è primis un fare intellettuale e ha poco a che fare con i likes, le visualizzazioni e con le modalità astruse con cui certa gente si scaglia sulle tele.


Aggiungo un’altra questione in merito.


La tecnologia va molto più veloce della nostra capacità di adattamento al cambiamento e in questo senso, l’avvento dell’AI sta determinando nuovi scenari, i cui esiti è difficile riuscire a stabilire oggi.  Al di là delle questioni prettamente etiche legate allo sfruttamento di risorse che diventeranno sempre più preziose (con tutto quello che questa cosa comporta in termini di equilibri socioeconomici mondiali), in termini visivi si aprono nuove questioni che vanno ben oltre la semplice questione della fruizione. 

La realizzazione di contenuti che da verosimili diventano via via sempre più realistici, ad esempio, implica non solo un appiattimento creativo e una standardizzazione delle immagini, ma un processo diseducativo alla visione.

Mi riferisco al fatto che, nel momento in cui non saremo più capaci di distinguere la verità (sempre più labile)

e ci abitueremo ad assimilare passivamente qualsiasi cosa ci venga propinata, saremo plasmabili, indottrinabili e quindi meno liberi.


Qualche effetto di questo processo è già intuibile in alcuni social e colpisce soprattutto chi non ha pratica all’osservazione. L’educazione visiva, lo studio delle immagini e non solo, sono l’unico mezzo per plasmare un senso critico che sappia contrapporsi attivamente a quello che dall’esterno ci viene indotto ogni giorno a dosi massicce. È quindi necessario educare anche ad altro per contrastare derive che stiamo lentamente

(per così dire) normalizzando. E questo è un tema sociale, ma soprattutto politico.


Giorni felici, olio su tela, 2025
Giorni felici, olio su tela, 2025

 

11 Qual è la domanda che, consapevolmente o meno, continui a porti attraverso la tua arte?


Se servirà, se smuoverà qualcosa. A volte è un conforto necessario, a volte una deriva di pensiero pericolosa perché rischia di condizionare un momento che ha una sua sacralità. Fare arte è un atto di fede in sé stessi per certi versi, un dialogo in solitaria almeno fino a quando le opere non escono allo scoperto. E quando succede, quando il dialogo si apre a infiniti occhi, succedono cose impreviste e incalcolabili.

È lì che scopri veramente il tuo lavoro, che questo si completa.


Le regole di THE11TH Conversations parlano chiaro: undici domande.

Il problema è che non sono mai stato particolarmente bravo a rispettare le regole.

Così, prima di concludere, ne aggiungo un'ultima.


Se la tua arte fosse un drink, quale sarebbe?

Purtroppo, ho scarsa cultura in termini di drink, ma se possiamo declinare la domanda sui vini,

io sarei un “Chiaroforte” di Antonio Bellicoso.


 
 
 

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