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Fu Romy. Fu Alain. Fu l'estate.

  • Alessio Bruno
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Ci sono film che raccontano una storia. E poi ci sono film che, senza accorgercene, finiscono per diventare parte del nostro immaginario.

Per me, La piscina di Jacques Deray è uno di quelli.



Quando arriva l'estate succede sempre la stessa cosa.

Basta il caldo, il rumore delle cicale o una piscina intravista tra gli ulivi perché la mia mente torni sempre alla stessa immagine: Romy e Alain seduti a bordo piscina, immersi nella luce della Costa Azzurra.


A dire il vero non ricordo nemmeno quando vidi La piscina per la prima volta. Non ricordo chi me lo consigliò, né se fui io a fermarmi davanti alla televisione.

Forse è successo durante uno di quei pomeriggi d'agosto nel trullo dei miei nonni. Fuori la campagna pugliese sembrava immobile, il sole cadeva pesante sulla pietra bianca e il canto delle cicale riempiva il silenzio. Nelle ore più calde ci si rifugiava in casa e la televisione restava accesa quasi per caso. Magari era uno di quei pomeriggi in cui Rete 4 riproponeva uno dei suoi grandi classici.


Chissà.

Quello che ricordo perfettamente, invece, è la sensazione che provai.


Fu l'immagine.


Ripensandoci oggi, credo che avrei dovuto capirlo già allora. Prima ancora della trama rimasi catturato dalla fotografia, dalla luce quasi abbacinante della Costa Azzurra e dall'eleganza con cui Jacques Deray costruisce ogni inquadratura. Senza saperlo, forse stavo già imparando una lezione che mi avrebbe accompagnato negli anni: alcune immagini hanno il potere di raccontare molto prima delle parole.


E poi c'era Romy Schneider.

La conoscevo come la principessa Sissi. Probabilmente, come molti della mia generazione, era il primo volto che associavo al suo nome. Quel personaggio l'aveva resa immortale, ma aveva anche finito per definirla agli occhi del pubblico.

Ritrovarla ne La piscina fu come incontrarla per la prima volta.



Era lontanissima da quella principessa. Più intensa, più fragile, più misteriosa. Bastava il modo in cui guardava Alain Delon per capire che stavo osservando una donna completamente diversa da quella che avevo conosciuto attraverso i film di Sissi.

Forse mi colpì proprio per questo. Avevo la sensazione di guardare un'attrice che portava con sé un vissuto. Come se gli amori, le fragilità e le ferite della sua vita trovassero spazio, silenziosamente, in ogni sguardo. Solo molti anni dopo avrei scoperto la sua storia e forse fu allora che capii perché quel volto mi fosse rimasto dentro così a lungo.


Con il tempo ho capito che non era soltanto Romy Schneider ad avermi affascinato.

Era il mondo che Jacques Deray aveva costruito intorno a lei.

Rivedendo La piscina oggi mi sorprende quanto poco il regista senta il bisogno di spiegare. Gli bastano una villa immersa nella luce del Mediterraneo, il riflesso dell'acqua e gli sguardi dei suoi protagonisti. Il resto lo completa lo spettatore. È un cinema che si prende il lusso di rallentare e che, proprio per questo, continua a sembrarmi incredibilmente moderno in un'epoca in cui tutto sembra dover catturare la nostra attenzione nel giro di pochi secondi.



Con gli anni mi sono accorto che quell'immaginario continuava a riaffiorare davanti ai miei occhi anche lontano dal cinema. Lo ritrovavo negli editoriali di moda, nelle fotografie ambientate sul Mediterraneo e nelle campagne pubblicitarie che raccontano un lusso fatto di luce, silenzio e naturalezza più che di ostentazione.

Ripensandoci oggi, mi piace pensare che La piscina abbia contribuito a definire un'idea di eleganza che continua ancora a parlarci. Quando guardo alcune campagne di Saint Laurent, le immagini essenziali di Jacquemus o quel Mediterraneo raffinato raccontato da Loro Piana, mi capita spesso di ritrovare la stessa atmosfera. Non perché quei marchi citino apertamente il film, ma perché condividono una sensibilità comune: la luce come elemento narrativo, il dialogo tra architettura e paesaggio, il lino, i colori naturali e una sensualità mai ostentata.

È un'estetica costruita sulla sottrazione.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui continua a sembrarci così contemporanea.



Anche Alain Delon contribuisce a rendere quell'immaginario così potente. Non sono tanto gli abiti a colpire, quanto il modo in cui li indossa. Una semplice camicia bianca lasciata aperta, un paio di pantaloni chiari, gli occhiali da sole. Nulla sembra studiato. Guardandolo oggi si ha quasi l'impressione che non cercasse mai di essere elegante. Lo fosse semplicemente.



Romy Schneider, invece, rappresenta un'altra idea di fascino. Ne La piscina sembra lasciarsi definitivamente alle spalle l'immagine della giovane Sissi per diventare una donna moderna, complessa e consapevole. In quegli anni anche la moda accompagna questa trasformazione: Yves Saint Laurent contribuisce a costruire una nuova immagine pubblica dell'attrice, fatta di linee essenziali, smoking impeccabili e una femminilità lontana da ogni stereotipo. Guardando Marianne, il personaggio interpretato da Romy nel film, si ha la sensazione che cinema e stile trovino un equilibrio perfetto, senza che uno prevalga mai sull'altro.


Ed è forse proprio questo che rende La piscina ancora così affascinante. L'eleganza non nasce dagli abiti, ma dalle persone che li abitano. Deray lo racconta con una naturalezza sorprendente, senza trasformare mai il lusso in ostentazione. Tutto appare misurato: gli spazi, i gesti, i dialoghi. Anche la tensione emotiva rimane sempre sotto la superficie, come l'acqua immobile della piscina che dà il titolo al film.



Sapere che tra Romy Schneider e Alain Delon non ci fosse soltanto una straordinaria intesa cinematografica, ma una storia d'amore realmente vissuta, rende inevitabilmente più intensa ogni scena condivisa. I loro sguardi sembrano custodire qualcosa che appartiene tanto ai personaggi quanto alle persone. Jacques Deray ha l'intelligenza di non spiegare mai tutto, lasciando che siano i silenzi a raccontare ciò che le parole non dicono.

Forse è anche per questo che, ogni volta che riguardo La piscina, mi accorgo di ricordare molto meno la trama di quanto ricordi le immagini. Una terrazza assolata. Il riflesso del sole sull'acqua. Una camicia bianca mossa dal vento. Il volto di Romy Schneider. Sono frammenti che continuano a riaffiorare nella memoria con la stessa naturalezza con cui riaffiorano certi ricordi d'infanzia.


Negli anni ho rivisto questo film molte volte. Ogni visione è stata diversa, non perché fosse cambiato il film, ma perché nel frattempo ero cambiato io. Da ragazzo rimasi affascinato dalla sua bellezza. Oggi mi colpisce soprattutto la sua capacità di lasciare spazio allo spettatore, di suggerire invece di spiegare, di affidare alle immagini un peso che il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato.



Quando penso a La piscina, però, non torno soltanto a Romy Schneider, ad Alain Delon o alla Costa Azzurra.

Torno a quel pomeriggio nel trullo dei miei nonni.

Al caldo che sembrava fermare il tempo.

Al rumore delle cicale.

A una televisione accesa quasi per caso.

E a quel ragazzo che, senza ancora saperlo, stava scoprendo che avrebbe passato gran parte della sua vita a osservare immagini, cercando di capire perché alcune riescano a rimanerci dentro mentre altre svaniscono nel giro di pochi istanti.


Forse è proprio questo che fanno i grandi film.

Non si limitano a raccontare una storia.

Entrano silenziosamente nella nostra memoria e rimangono lì, in attesa.

Poi basta una giornata d'estate, il riflesso del sole sull'acqua o una piscina intravista tra gli ulivi perché tornino a farsi vivi.

E quando un'immagine riesce a fare questo, non ci lascia più.

 
 
 

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