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Kidman, l’arte di essere Nicole

  • Alessio Bruno
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 3 giorni fa

Da Calma piatta al nuovo video di Troye Sivan, passando attraverso più di quarant’anni di cinema. Nicole Kidman ha cambiato volto infinite volte senza smettere, paradossalmente, di essere sempre

se stessa.


Chi è Nicole Kidman?


La domanda potrebbe sembrare banale per molti. Un’attrice, un premio Oscar, più di quarant’anni di carriera

e uno dei volti più riconoscibili del cinema contemporaneo. Eppure, ogni volta che guardo un suo film o mi capita di ritrovarla in qualcosa di nuovo, mi accorgo che una risposta così semplice non esiste.


Ho ripensato a lei qualche giorno fa grazie a Troye Sivan. È uscito She’s the Best, il suo nuovo singolo,

e curioso come sono ho subito buttato un occhio al video. A un certo punto, tra tante donne, una attira immediatamente la mia attenzione. Cammina per strada con un cappotto nero, gli occhiali scuri e una sigaretta tra le dita. Non c’è bisogno di aspettare un primo piano.


È Nicole. La riconosci immediatamente.


Ed è proprio guardandola muoversi dentro l’universo di Troye che ho iniziato a ripensare a tutte le Nicole che ho incontrato negli anni.


Non saprei dire con certezza quale sia stato il primo film in cui l’ho vista, ma ricordo molto bene Calma piatta.

Il film è del 1989, quando io avevo appena otto anni, quindi sicuramente non l’ho visto alla sua uscita.

Credo di averlo recuperato verso la fine degli anni Novanta, in quel periodo in cui iniziavo a incuriosirmi davvero al cinema e, senza rendermene conto, a costruire quello che sarebbe diventato il mio immaginario visivo.

Nicole era giovanissima, con quella massa di capelli rossi e ricci e un volto ancora lontano dall’immagine sofisticata che avrei conosciuto negli anni successivi. In mezzo al mare, su una barca e dentro una storia sempre più claustrofobica, aveva già qualcosa che attirava lo sguardo.



A ripensarci oggi, forse è proprio questo che trovo affascinante di Calma piatta: aver conosciuto quella Nicole prima che diventasse, almeno per me, “Nicole Kidman”.


Prima ancora di diventare una star, Nicole Kidman aveva già quella cosa che non si può costruire: la presenza.


Negli anni successivi quella ragazza dai ricci rossi diventa una delle donne più famose del mondo, ma è soprattutto tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila che entra definitivamente nel mio immaginario.

In Eyes Wide Shut, Stanley Kubrick trasforma la sua bellezza in qualcosa di destabilizzante.

Poco dopo Baz Luhrmann guarda lo stesso volto e vede Satine, l’esatto opposto: cristalli, corsetti, musica, sensualità ed eccesso. Quasi contemporaneamente arriva The Others e tutto cambia ancora, perché Nicole diventa pallida, severa e trattenuta dentro una casa in cui persino la luce fa paura.


Tre donne completamente diverse e sempre lo stesso volto.





Ogni regista sembra vedere in Nicole Kidman una donna diversa. Eppure noi continuiamo sempre a riconoscere Nicole.


Quando quel volto è ormai diventato uno dei più riconoscibili del cinema, lei decide addirittura di nasconderlo. In The Hours diventa Virginia Woolf, quasi irriconoscibile, e proprio con quella trasformazione vince l’Oscar.


In Dogville Lars von Trier le toglie persino ciò che normalmente circonda un’attrice: quasi nessuna scenografia, nessun luogo dietro cui nascondersi. In Birth, invece, basta una lunga inquadratura sul suo volto quasi immobile per capire quanto poco le serva per raccontare quello che sta accadendo dentro un personaggio.

Ed è forse qui che penso che, nel suo caso, fare l’attrice sia davvero una vocazione. Non so cos’altro avrebbe potuto fare Nicole Kidman nella vita. Recitare sembra essere il luogo in cui riesce a dare forma a tutte quelle identità, a vivere vite che non sono la sua e a dare un volto a storie completamente diverse.

Forse è questo il privilegio dell’essere attrice: poter essere mille donne senza doverne scegliere soltanto una.



Leggendo recentemente una lunga intervista a British Vogue, ho poi scoperto qualcosa che mi ha fatto guardare in maniera diversa questa sua fascinazione per la trasformazione.


Nicole racconta che da ragazza frequentava club trans. Era altissima, rossa, piena di lentiggini e proprio in quegli ambienti aveva iniziato a scoprire il trucco, i capelli e il potere della trasformazione. Si lasciava mettere ciglia ed extension, si faceva truccare e sistemare i capelli e poi usciva sentendosi diversa.

Questa cosa mi ha colpito perché significa che quella fascinazione esisteva molto prima che un regista decidesse di cambiarle il volto. Prima che Hollywood trasformasse Nicole Kidman in un’immagine riconoscibile in tutto il mondo c’era già una ragazza affascinata dalla possibilità di vedersi diversa.




Forse i mille volti di Nicole Kidman non nascono al cinema. Erano già lì, nel desiderio di scoprire quante versioni di noi stessi possiamo diventare.


E forse quella curiosità spiega anche una carriera così imprevedibile. Nicole ha attraversato cinema d’autore e grandi produzioni, televisione e teatro, film straordinari e altri decisamente dimenticabili. Lei stessa racconta di lasciarsi guidare molto dalle sensazioni quando sceglie.

Una carriera non perfetta, forse, ma proprio per questo interessante.


Quella curiosità sembra non diminuire con il tempo.


A 59 anni Babygirl la vede ancora una volta scegliere una donna adulta, potente e attraversata da un desiderio complicato e vivo.


Ed è proprio questa Nicole che oggi vorrei vedere ancora di più.

Mi piacerebbe vederla tornare a essere ancora più sperimentale nelle scelte, forse persino più coraggiosa, come quando sembrava attratta proprio dai personaggi meno rassicuranti e dalle storie più controverse.

Non perché abbia ancora qualcosa da dimostrare, ma esattamente per il contrario: perché ormai potrebbe permettersi di fare praticamente tutto.


E poi li ritroviamo insieme.


Nicole Kidman e Troye Sivan.



Due mondi apparentemente distanti, quasi paralleli. Due generazioni diverse, cresciute dentro modi completamente differenti di essere una star, che però sembrano parlare lo stesso linguaggio.


Troye appartiene a una generazione cresciuta con YouTube e i social, mentre Nicole arriva dal cinema e da un’epoca in cui tra il pubblico e una diva esisteva ancora una certa distanza. Eppure entrambi sembrano aver fatto dell’immagine, della trasformazione e della libertà di attraversare identità diverse una parte del proprio modo di raccontarsi.

Forse è proprio per questo che in She’s the Best funzionano così bene insieme.

Dopo più di quarant’anni passati davanti alla macchina da presa a diventare altre donne, questa volta a Nicole basta essere Nicole Kidman.


Dopo una vita passata a dare un volto a mille storie, oggi a Nicole Kidman basta entrare in una stanza ed essere Nicole Kidman.



Charli xcx, parlando di lei a British Vogue, la considera una delle ultime vere star leggendarie del cinema.

Forse ha ragione.

Perché nell’epoca in cui sappiamo praticamente tutto di tutti, Nicole conserva ancora qualcosa di difficile da afferrare.

Ed è proprio questo che mi riporta alla domanda iniziale.


Chi è Nicole Kidman?


Forse, dopo tutto, la risposta era già nel titolo.


Nicole.


Mille volti, mille storie, una sola Nicole.

 
 
 

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