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Vorrei vivere in un quadro di David Hockney

  • Alessio Bruno
  • 19 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Quando ho saputo della morte di David Hockney, qualche giorno fa, mi sono ritrovato davanti a decine

di articoli che raccontavano la sua carriera e la sua eredità artistica. Come spesso accade in questi casi,

mi sono ritrovato anche a scorrere molte delle sue opere.


Tra tutte, il mio sguardo è tornato su Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), probabilmente il mio quadro preferito.



È un'opera che conosco da tempo, anche se non ricordo esattamente quando ho scoperto David Hockney. Probabilmente attraverso i social. E forse questo è uno dei loro aspetti più positivi: in mezzo a una quantità infinita di immagini e informazioni, ogni tanto riescono ancora a farti incontrare un artista, un fotografo

o un'opera che rimangono con te negli anni.

Con me è successo così.


Da allora sono tornato più volte davanti a questo quadro e ogni volta ho la stessa sensazione.

Non mi sembra di guardare un dipinto. Mi sembra di arrivare nel mezzo di una storia.

Un uomo nuota sott'acqua verso il bordo della piscina. Un altro lo osserva. Non sappiamo chi siano,

quale rapporto li unisca o cosa stia per accadere. Eppure basta fermarsi qualche secondo davanti

a quell'immagine per avere la sensazione che quel momento conti.

Forse è proprio questo che rende il quadro così potente.


David Hockney è stato uno degli artisti che più hanno influenzato il nostro immaginario contemporaneo.

Le sue piscine, la luce della California, il suo modo di osservare il paesaggio e le persone hanno attraversato

i confini dell'arte, entrando nella fotografia, nella moda, nel design e nella cultura pop. Eppure, guardando questo dipinto, non penso alla storia dell'arte. Penso alle storie che le immagini possono contenere.

Ogni volta che torno davanti a Portrait of an Artist mi ritrovo a immaginare cosa sia successo pochi minuti prima e cosa accadrà subito dopo. È una sensazione rara. La stessa che provo davanti ad alcuni film.

Quelle opere che non ti spiegano tutto, che lasciano spazio ai silenzi e all'immaginazione.


Hockney in his studio, c. 1967. Photo: Tony Evans/Timelapse
Hockney in his studio, c. 1967. Photo: Tony Evans/Timelapse

Forse è per questo che, osservandolo, mi viene spontaneo pensare a Luca Guadagnino. Non a un film preciso, ma a quella sua capacità di raccontare ciò che accade tra le parole. I momenti in cui una persona guarda un'altra persona e capisci che qualcosa sta cambiando, anche se nessuno lo dice.

Più guardo il quadro, più mi convinco che il protagonista non sia nessuno dei due uomini.


È il momento.


Quel frammento di tempo sospeso in cui tutto è ancora possibile. L'uomo sott'acqua continua ad avanzare. L'altro resta fermo a guardarlo. La distanza tra loro diminuisce lentamente, ma non abbastanza da scomparire. Hockney ferma il tempo proprio lì, nel punto in cui una storia potrebbe prendere qualsiasi direzione.

Forse è questo che continuo ad amare delle sue opere. Non offrono risposte definitive.

Lasciano spazio a chi guarda. Ci permettono di immaginare, completare, inventare.

E forse il motivo per cui continuiamo ad amare David Hockney è proprio questo.

Non dipingeva soltanto persone, luoghi o paesaggi.


Dipingeva possibilità.


E ci ricordava che spesso la parte più intensa di una storia non è ciò che accade, ma quel breve istante che lo precede, quando tutto può ancora succedere.

 
 
 

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