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Turandot, 100 anni dopo

Alessio Bruno
7 set
Tempo di lettura: 11 min

Aggiornamento: 8 set

Due artisti, due linguaggi e una storia di Puccini da riscrivere, disegnare e guardare con occhi nuovi.


Può una storia scritta più di cent’anni fa tornare a parlare attraverso una filastrocca e nuove immagini? Chiara Vitali ed Emmanuele Turatti ci hanno provato, partendo da una passione condivisa per l’opera di Puccini e trasformando Turandot in un libro illustrato, una fiaba in versi pensata per avvicinare anche chi non conosce il mondo dell’opera.


Ed è proprio da qui che è nata la nostra conversazione: dalla mia curiosità di capire come un’opera così profondamente legata alla musica possa trasformarsi in un libro illustrato, e cosa succede quando a riscriverla e disegnarla sono due persone che condividono non solo un progetto creativo, ma anche la vita. Il tutto nella mia Torino, una delle città del cuore, che ha fatto da cornice a questo progetto.



Prima di cominciare...


Quando penso a un'intervista mi piace sempre immaginare anche come potrebbe iniziare. Quindi, prima delle domande, facciamo finta di essere seduti allo stesso tavolo e ordiniamo qualcosa da bere.


Io vado di rosè.


Chiara, Emmanuele, voi cosa prendete?


C: Io prendo un Mojito: è quello che ci vuole, con questo caldo!


E: io invece credo che prenderò una birra, una blanche, ultimamente mi piacciono le birre dal sapore leggero.

 

01  Emmanuele, con te gioco un po' in casa. Abbiamo lavorato insieme per diversi anni e ricordo quando ho scoperto quasi per caso quanto fossi bravo a disegnare. Ti ho sempre conosciuto come graphic designer e art director: che posto ha sempre avuto il disegno nella tua vita e quando hai capito che poteva diventare qualcosa di più?


Guarda, in verità ho sempre disegnato e "fatto cose" nell'ambito delle arti visive, anche se poi, essendo una persona molto riservata (come ben sai!), non l'ho mai pubblicizzato molto nel nostro mondo professionale. Ho fatto un po' di tutto: molte mostre collettive e personali, pittura a olio e tecniche miste, oltre a varie piccole opere su commissione, tra cui anche un quadro per Papa Wojtyła. Tuttavia, proprio perché tutte queste cose sono sempre state secondarie rispetto al modo in cui realmente mi guadagno da vivere, mi è rimasto dentro un senso di colpa: l'idea di avere un talento mal espresso, o comunque mai davvero coltivato. Turandot è nata proprio da questo desiderio di dare forma nuova a quel che sapevo fare, in un progetto articolato. Difficile, perché non mi ero mai confrontato prima con un albo illustrato; ma è una forma d'arte che ho sempre amato.

 

02  Chiara, tu invece sei libraia: passi le giornate tra libri e storie scritte dagli altri. Quando hai sentito il bisogno di passare dall'altra parte e iniziare a scriverne una tu?

 

In questo io ed Emmanuele siamo simili: la scrittura ha sempre punteggiato la mia vita, da piccola scrivevo dei diari poi, crescendo, ho sentito il bisogno di costruire dei racconti oppure di comporre filastrocche, poi ho aperto pure un blog. La verità è che fermarmi un attimo e non avere altro problema in testa che stare lì a scegliere le parole giuste è per me un atto terapeutico: quando scrivo qualcosa di cui sono fiera improvvisamente mi sembra di respirare davvero, come se fossi arrivata in cima a una montagna e potessi finalmente godere di aria pura e di un panorama fantastico.


Scrivere un libro è sempre stato il mio sogno nel cassetto, ma non credevo che sarei riuscita a farlo, perché per riuscirci bisogna fare un vero e proprio atto di fede, e non smettere di crederci mai. Mi vergogno a dirti (e infatti non lo farò) quanti siano i romanzi che ho iniziato e abbandonato nei vari PC che sono passati sotto le mie dita in tutta la mia vita. Mi rendo conto che evitando di concluderli mi salvaguardavo dalla delusione in cui senz’altro mi sarei imbattuta se avessi tentato di proporli a un editore. Questa volta è stato diverso perché al mio lavoro era collegato quello di un’altra persona e quella persona non c’era modo di evitarla, visto che sa dove abito e dove vanno a scuola le mie bimbe, e poi divorziare mi pareva eccessivo.


 

03 E poi a un certo punto arriva Turandot. Come nasce l'idea di trasformare proprio quest'opera in un libro da costruire insieme? E chi dei due ha pronunciato per primo la fatidica frase: “Facciamolo”?


C: Beh, il fan de La Turandot in casa è Emmanuele, la ha ascoltata talmente tante volte che pure le nostre figlie conoscono tutta l’opera a memoria, e non solo le arie più famose! È stata quasi una scelta obbligata, anche perché gli permetteva di disegnare tutte quelle scene dal sapore orientale, e poi quest’anno cadeva il centenario dalla prima esecuzione al Tatro alla Scala, non potevamo perderci l’occasione di raccontarla a chi non la conosceva ancora!


E: Sì, io la Turandot l'ho sempre amata moltissimo: la vidi a teatro negli anni Novanta e ne rimasi folgorato. Però, quando l'anno scorso ho proposto a Chiara di farne un libro illustrato, è stata lei a spingermi a crederci davvero, e ha iniziato subito a buttare giù le prime rime. Un giorno, mentre ero al lavoro, mi ha mandato un vocale con l'incipit del libro, quasi sussurrandolo. Me ne sono innamorato, e mi sono stupito di quanto bene avesse colto il cuore della storia. Ancora oggi, a libro concluso, è forse la parte che preferisco: un incipit incredibilmente incisivo.


C’era una volta, nella Cina più lontana,

una principessa che pareva inumana.

Era bella ed altera come la Luna,

innamorarsi di lei portava sfortuna.



04  Chiara hai scelto di raccontare Turandot attraverso una fiaba in versi. E alle spalle non c'è esattamente una storia qualunque: ci sono Puccini, la musica e un immaginario che attraversa ormai cent'anni. Come si riscrive un classico così conosciuto riuscendo a farlo proprio senza tradirlo?

 

Da subito ho pensato che la forma corretta per raccontare la Turandot fosse la filastrocca. In questo modo non ne tradivo l’origine musicale e inoltre avevo l’occasione di costruire un linguaggio che fosse fruibile a tutti: dal bambino, che si culla nella cantilena, all’adulto che si diverte a vedere quali parole si incontrano nel gioco delle rime e per un attimo torna bambino e si mette ad ascoltare una fiaba che proviene da un altro tempo. Se davvero l’ho riscritta senza tradirla, beh questo non te lo so dire. È comunque una storia che ha visto la luce cento anni fa e si confrontava con una società molto diversa dalla nostra. Abbiamo cambiato qualcosa qua e là, potremmo dire che l’abbiamo vestita perché fosse al passo coi tempi, ma lei è sempre Turandot.

 

05  Emmanuele. Chiara aveva le parole, Puccini la musica. Tu dovevi trovare le immagini. Come si disegna qualcosa che, in qualche modo, possiede già un suono?


L'opera la conoscevo già praticamente a memoria, ma prima di affrontare ogni disegno riascoltavo la scena corrispondente, recitando nella mente le frasi più iconiche e profonde dei personaggi. Anche le parole di Chiara, però, mi hanno aiutato enormemente, perché ogni rima richiamava un concetto, un'emozione della storia. Per i disegni ho scelto un approccio non narrativo ma simbolico, quasi fossero delle locandine cinematografiche. Alcuni, in particolare quelli degli enigmi di Turandot (che sono un piccolo trittico a parte), sono quasi dei tarocchi: immagini che stilizzano più concetti insieme e che si rincorrono per tutto il libro.

Ci sono simboli ed elementi che si richiamano e si corrispondono, come i fiori di Liù o i corvi neri di Turandot.

E poi ci sono i richiami compositivi: la prima e l'ultima illustrazione del libro, per esempio, sono tavole sorelle una apre il cerchio della narrazione, l'altra lo chiude.



06 Chiara La Turandot è una principessa che rifiuta l'amore perché lo associa anche alla possibilità di perdere la propria libertà. Rileggerla oggi inevitabilmente cambia il nostro modo di guardarla. Quale Turandot volevi raccontare tu?


Turandot ha più possibilità di essere compresa oggi che non un secolo fa, quando pochissime donne crescevano con desideri diversi dal diventare una buona moglie e una buona madre, per cui diciamo che su questo lato mi sono trovata la strada già spianata. Quello che però mi premeva raccontare è perché cambia idea, perché cede all’amore di Calaf. Questo è il vero nodo attorno a cui gira tutta la storia. Abbiamo scelto di sottotitolare il libro “Una fiaba in versi” proprio perché ci interessava sottolineare che siamo di fronte a una fiaba, che ha tutti gli stilemi e gli archetipi del genere: c’è una principessa, un principe innamorato, una tenzone che solo il protagonista può superare, ecc... Ma qualcuno potrebbe obiettare “manca la magia” che in effetti è un elemento irrinunciabile da ogni fiaba che si rispetti. Invece io credo che l’elemento magico ci sia eccome. Turandot all’inizio della storia ha sperimentato più che l’amore, l’innamoramento dei suoi pretendenti: un sentimento fatto solo di desiderio e ammirazione. Poi, conoscendo Calaf, scopre un altro tipo di amore, fatto di comprensione (lui risolve gli enigmi non perché è un genio, ma perché la capisce) e di condivisione (lui le propone un altro enigma per pareggiare i conti). Ma sarà solo davanti al sacrificio di Liù che lei riuscirà ad avere una visione più completa di questo sentimento: l’amore di Liù per Calaf è infatti puro, disinteressato e totale. E Turandot ne viene come trasformata: ecco quindi che abbiamo trovato il nostro elemento magico, ovvero l’amore, che è capace di compiere azioni più sorprendenti di qualsiasi incantesimo.



07  Turandot compie cent'anni, ma basta ascoltare le prime note di Nessun dorma perché qualcosa scatti anche in chi magari non ha mai messo piede in un teatro d'opera. Secondo voi un classico può diventare pop senza perdere la propria complessità?


C : Ma la Turandot è già pop! Siamo appena tornati dall’Arena di Verona, dove viene riproposta molto frequentemente e ogni volta registra tutto esaurito, non è essere pop questo? Qualche mese fa, poi, abbiamo portato le bimbe a vedere la Tosca al Regio: abbiamo faticato a trovare 4 biglietti, pur con mesi di anticipo. Non dobbiamo dimenticare che Puccini ha ispirato schiere di compositori e molta musica popolare, persino diverse canzoni sanremesi del passato sono indubbiamente debitrici del suo modo di comporre.


E : È chiaro che alcune arie, specie quelle più famose e diffuse, possono risultare orecchiabili e piacere a un pubblico vastissimo. Però qui ci stiamo chiedendo se un'opera possa essere apprezzata come un brano pop senza perdere la sua complessità, e la mia risposta è "fino a un certo punto": perché la complessità, l'essere un'opera d'arte articolata, è parte essenziale della sua natura. "Nessun dorma" è famosissimo: molte persone che ho incontrato ne conoscevano la melodia e il testo, eppure ignoravano che cosa significhi dentro la trama dell'opera. Quando poi l'hanno scoperto, il loro apprezzamento è cresciuto moltissimo, ha acquistato tridimensionalità. Chi ascolta tre minuti isolati non può che coglierne una parte. Il bello è che la complessità non scompare: resta lì ad aspettare chi ha voglia di andare oltre, e a quel punto anche quei tre minuti suonano diversi. Si apre un mondo!


08  Emmanuele, tra tutte le illustrazioni che hai realizzato per Turandot, ce n'è una a cui sei particolarmente legato? Quella che guardi e pensi: sì, questa è la mia Turandot.


Il primo disegno della Turandot è stato fatto su una tovaglietta di carta di una pizzeria. Quando andiamo a mangiare fuori, le nostre figlie passano spesso il tempo a disegnare tra una portata e l’altra e a volte mi chiedono di scarabocchiare qualcosa per loro, uno squalo, un alieno, un’astronave. Quella sera disegnai per loro questo profilo di ragazza dai lunghi capelli neri, corvini e lisci, con un’espressione un po’ tra il severo e il malinconico. Aveva un che di orientale, senza esserlo veramente. Pensai subito che potesse essere una mia visione personale di Turandot. Ecco, quel primo disegno l’ho poi rifatto e modificato ed è diventato la copertina del libro. Rappresenta il primo momento in cui Turandot appare, al suo balcone e con la mano che condanna a morte un suo pretendente. “…e non c’è bisogno che apra la bocca e al principe morir tocca.”Ecco, è lei la mia Turandot.



09 Chiara. Parole e immagini convivono sulla stessa pagina, ma non necessariamente chi scrive e chi disegna immaginano la stessa cosa. È mai capitato che scrivessi una scena in un modo ed Emmanuele la vedesse completamente diversa? E quando succede, chi dei due riesce a convincere l'altro?


Inizialmente non è successo, anche perché gli storyboard dei primi due atti sono stati fatti sulla base del testo che io avevo già scritto. Sul terzo atto invece eravamo un po’ stretti nei tempi, Emmanuele stava disegnando le tavole sempre più velocemente e io eravamo sotto Natale ero molto presa dal lavoro in libreria, quindi abbiamo lavorato praticamente in parallelo. Proprio su una delle ultime tavole ci siamo scontrati, io avevo pensato a un passaggio molto breve per raccontare la conversione di Turandot, lui aveva già realizzato tre tavole che dettagliavano la trasformazione della protagonista. Dinanzi al fatto compiuto come facevo a cestinare dei disegni così? non ho potuto far altro che rinunciare a un paio di versi che trovavo ben riusciti, e riscrivere tutto il finale. Ma devo dire, col senno di poi, che è stato meglio così.


10  Siete una coppia e avete lavorato insieme a Turandot: com'è andata? Complicità creativa o qualche “ne riparliamo domani”?


C: siamo cresciuti col tormentone “Tu is meil che uàn” e in effetti questo è un adagio che funziona anche nella redazione di un libro, perché ci si sprona a vicenda ad andare avanti. Personalmente ho trovato molto stimolante negli ultimi tre mesi di lavorazione, svegliarmi al suono della voce di Emmauele che diceva “non ce la faremo mai”. Mi piace un sacco contraddirlo.


E : Sì, io so essere molto distruttivo: ho un senso critico fin troppo sviluppato, che mi porta a non essere mai davvero soddisfatto di niente e a vedere i difetti delle cose prima ancora dei pregi. Per fortuna Chiara, invece, è una persona che tende a costruire, contro ogni pronostico e a dispetto di ogni ostacolo.

 

11 Siamo arrivati all'undicesima e ultima domanda. Dopo aver riscritto e disegnato Turandot, se Puccini potesse vedere oggi il vostro libro, cosa vi piacerebbe sentirgli dire?


E: Lavorando al libro ho pensato spesso a Puccini, in una sorta di dialogo immaginario con lui (dopo tutto questo lavoro sulla Turandot ora ho quasi l'impressione che sia un vecchio amico!): ogni cosa che facevo disegni, bozzetti doveva un po' fare i conti con questa presenza, fantasmatica ma ingombrante. Da un certo punto di vista è come se avessi lavorato insieme a lui, perché tutto partiva dalla sua musica, e io non potevo non pensare a come avrebbe interpretato un mio disegno, una mia idea. Ora, io non so cosa direbbe Puccini del libro, ma mi piace pensare che apprezzerebbe la sincerità dell'omaggio, al di là del risultato finale: il fatto che a più di un secolo dalla sua morte qualcuno abbia amato così tanto la sua opera da volerla far propria.


C: Io, più dell’approvazione di Puccini, avrei bisogno di quella di Renato Simoni, il librettista dell’opera. Proprio a lui si devono infatti tutte le modifiche sostanziali rispetto alla fiaba scritta da Gozzi e che hanno reso molto più moderna la figura di Turandot, così come l’introduzione del personaggio di Liù, praticamente assente nel testo originale. Inoltre, Simoni è stato anche autore di tantissime filastrocche per “Il Corriere dei Piccoli”, quindi una pacca sulla spalla da parte sua sarebbe più che gradita!

 

Siamo arrivati alla fine della nostra conversazione e, come vi avevo accennato, le regole

di THE11TH Conversations parlano chiaro: undici domande.


Il problema è che non sono mai stato particolarmente bravo a rispettare le regole.

E poi, sono curioso...


Così, prima di concludere, approfitto del mio ultimo sorso di vino rosè per farvi ancora una domanda.


Scambio i ruoli: Chiara disegna, Emmanuele scrive.

Chi dei due chiede per primo di tornare al proprio mestiere?


C: Probabilmente io: non ci provo neanche a disegnare e a rivolgermi all’intelligenza artificiale non ci penso nemmeno, è una realtà che mi dà i brividi.


E: Sai benissimo che noi art director scriviamo solo tramite i nostri copywriter!


E direi che a questo punto posso solo dargli ragione.


Dopotutto, con Emmanuele abbiamo condiviso anni di lavoro, progetti, idee. Ritrovarci oggi a parlare di un libro, di Puccini e di Turandot è forse uno di quei giri strani che fanno le cose belle quando, prima o poi, tornano.


E allora niente copywriter, per questa volta.


Grazie Chiara, grazie Emmanuele. E grazie per questa chiacchierata.


Io il mio calice l’ho finito.

1 commento


travelexp19
07 set

Vabbè sono di parte ma è stato anche per noi emozionante vedere crescere di giorno in giorno e motivo di orgoglio, questo loro bellissimo libro! G.e Lalla Turatti

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