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Raffaella Lupinacci. Oltre il sipario.

Alessio Bruno
21 set
Tempo di lettura: 6 min

Una sera d’estate, qualche anno fa, in Puglia.

Ero al Festival della Valle d’Itria, seduto in platea per assistere a Romeo e Giulietta.

Non ero mai stato particolarmente vicino al mondo dell’opera: lo trovavo affascinante,

ma anche un po’ distante da me.


Poi è arrivato Romeo, interpretato dal mezzosoprano Raffaella Lupinacci.


Da quel primo incontro è nata una scintilla, e insieme una grande stima per Raffaella

e per il suo modo di stare in scena. Quella sera, senza saperlo, è iniziata anche la mia curiosità verso un mondo che fino a quel momento avevo guardato un po’ da lontano.


Oggi, qualche anno dopo, ho avuto il piacere di ritrovare Raffaella e di continuare quella curiosità attraverso una conversazione fatta di musica, teatro, personaggi, palco e pubblico.


E, come sempre nelle THE11TH Conversations, prima di cominciare facciamo una

cosa semplice: ci sediamo allo stesso tavolo e ordiniamo qualcosa da bere.



 

Ciao Raffaella. Prima di iniziare questa conversazione, rompiamo il ghiaccio.

Facciamo finta di essere seduti allo stesso tavolo: io ordino un calice di rosé fermo.

Tu cosa scegli?


R: Il rosé fermo mi sta benissimo per aprire la serata, ma io direi un calice di vino bianco

del mio Sud, magari calabrese. Mi piace portare un pezzetto di casa ovunque mi trovi

per il lavoro.

 

1.Devo confessarti una cosa: ho scoperto l'opera grazie al tuo Romeo nel Romeo e Giulietta al Festival della Valle d'Itria.

Fino a quel momento l'avevo sempre percepita come un mondo affascinante, ma distante. Quella sera, invece, ho iniziato a guardarla con occhi diversi.

Ti capita spesso di incontrare persone che scoprono l'opera per

la prima volta? E cosa pensi serva oggi

per far innamorare un nuovo pubblico?


R: Mi capita spesso, ed è una delle cose più belle del mio mestiere. Ricordo ancora

con affetto quel Romeo al Festival della Valle d'Itria: è un ruolo a cui sono legatissima.


Chi si avvicina all'opera per la prima volta spesso arriva con un pregiudizio, quello di un linguaggio “lontano”, e invece basta un'emozione vera in scena per rompere quella distanza.

Penso che oggi, per far innamorare un nuovo pubblico, serva soprattutto onestà:

non semplificare l'opera, ma raccontarla per quello che è davvero, un teatro di sentimenti universali, e trovare i canali giusti anche quelli nuovi per farla arrivare a chi non l'ha ancora incontrata.

 

2. Raffaella, qual è stato il tuo primo incontro con la musica?

Oggi siamo circondati da ragazzi che sognano di diventare pop star, ma difficilmente un bambino dice: "Da grande voglio fare il mezzosoprano". Come nasce una scelta così controcorrente?

C'è stato un momento preciso in cui hai capito che quella sarebbe diventata la tua strada?


R: Devo tutto alla sensibilità musicale della mia famiglia: ho iniziato con il pianoforte da bambina, poi il coro polifonico del mio paese, Acri. La scelta del canto lirico, e in particolare del mezzosoprano, non è stata una folgorazione improvvisa quanto un percorso di ascolto

e di scoperta della mia voce, affinato poi all'Accademia Rossiniana di Pesaro sotto la guida del Maestro Alberto Zedda, che è stato per me un vero nume tutelare. È stato lì, lavorando su Rossini, che ho capito che quella sarebbe stata la mia strada, e non sono mai tornata indietro.


Raffaella Lupinacci in Sara nel Roberto Devereux di Gaetano Donizetti
Raffaella Lupinacci in Sara nel Roberto Devereux di Gaetano Donizetti

3. Rosina, Giovanna Seymour, Tancredi, Romeo.

Per un periodo ognuno di loro vive dentro di te, prende la tua voce e, in qualche modo, anche una parte di te. C'è un personaggio che, una volta chiuso il sipario, non è mai andato davvero via?


R: Sono legatissima a Giovanna Seymour la porto dentro da anni, l'ho amata fin dal debutto e continua ad accompagnarmi in ogni nuova produzione, compreso il debutto scaligero che mi aspetta.


Raffaella Lupinacci in Giovanna Seymour in Anna Bolena di Donizetti
Raffaella Lupinacci in Giovanna Seymour in Anna Bolena di Donizetti

4. Si dice spesso che il teatro sia uno scambio di energia tra palco e platea. Ti capita di percepire il momento esatto in cui nasce quella connessione?


R: Sì, è un istante preciso: un silenzio diverso dagli altri, un’attenzione profonda che si respira dalla platea. Non accade sempre, ma quando accade lo capisci subito, e da quel momento il palco e la sala respirano davvero insieme.


5. THE11TH nasce dall'idea che la cultura pop non sia un genere,

ma un modo di raccontare il nostro tempo. Allora ti chiedo:

anche l'opera può essere Pop?


R: Credo di sì, se per “pop” intendiamo la capacità di raccontare emozioni che appartengono a tutti, senza bisogno di mediazioni. L'opera nasce già come un genere fatto per emozionare grandi platee, popolari nel senso più nobile del termine. Il compito di chi la fa oggi è trovare il linguaggio giusto per farla incontrare col nostro tempo, senza tradirne la sostanza.


Raffaella Lupinacci in Carmen di Georges Bizet
Raffaella Lupinacci in Carmen di Georges Bizet

 

6. Ti faccio una confessione: ultimamente canto sempre in macchina, ovviamente stonando. E dopo qualche minuto la voce mi abbandona completamente. Questo mi ha fatto pensare a una cosa: quanto allenamento, disciplina e sacrificio ci sono dietro una voce come la tua? Vi allenate quasi come atleti che si preparano per le Olimpiadi?


R: Dietro ogni voce come la nostra ci sono anni di studio quotidiano, disciplina, pazienza e tanta cura del corpo, perché la voce è uno strumento che vive dentro di noi e risente di tutto: del riposo, della salute, dell'equilibrio emotivo. Non ci si improvvisa mai, ogni recita è il risultato di un allenamento costante.

 

7. È arrivato il momento della domanda classica.

Raffaella, che rapporto hai con i social? Amore, odio... o un'opportunità per raccontare l'opera in modo diverso?

Secondo te il linguaggio dei social può convivere con quello dell'opera?


R: Ho un rapporto sereno con i social: li vivo come un'opportunità, non come un obbligo.

Mi permettono di raccontare il dietro le quinte, di avvicinare chi normalmente non entrerebbe mai in un teatro d'opera. Penso che il linguaggio dei social possa convivere benissimo con quello dell'opera, purché non diventi una scorciatoia che sostituisce l'esperienza dal vivo, che rimane insostituibile.


 

8. Tra i tanti applausi ricevuti nei teatri di tutto il mondo, ce n'è uno che non hai mai dimenticato?


R: Sono tanti gli applausi che porto con me, ma quelli che arrivano nei teatri dove debutti un ruolo importante hanno un sapore diverso: restano incisi non tanto per l'intensità del suono, quanto per l'emozione di sentire che quel personaggio, finalmente, è arrivato a chi ascoltava.

 

9. Passi la vita immersa nella musica. Ma quando il sipario si chiude e le luci si spengono, cosa ascolti? E quali sono le passioni che ti accompagnano lontano dal palcoscenico?


R: Fuori dal palcoscenico ascolto molta musica diversa da quella che canto, mi piace lasciare riposare l'orecchio dal repertorio classico.

E poi ho passioni semplici: il tempo con le persone care, la lettura, la mia terra. Sono cose che mi tengono con i piedi per terra, ed è essenziale per fare bene questo mestiere.


 

10. Ti faccio un gioco. Hai una cena e puoi invitare tre persone:

una del mondo dell'opera, una della musica e una del cinema.

Chi scegli e perché?


R: Dal mondo dell'opera inviterei il Maestro Alberto Zedda, per continuare a imparare

da lui anche solo ascoltandolo parlare. Dalla musica sceglierei Mina, per quella voce

che ha attraversato generi e le generazioni senza mai perdere identità. Dal cinema inviterei

Paolo Sorrentino, perché nei suoi film ritrovo la stessa cura per l'immagine e per il gesto

che cerchiamo noi cantanti in scena: sarebbe una cena di grandi conversazioni!

 

11.Il pubblico vede solo la magia dello spettacolo.

Ma qual è l'imprevisto più divertente che ti è capitato in scena

e che oggi puoi finalmente raccontare con un sorriso?


R: Gli imprevisti in scena non mancano mai, e con il tempo si imparano a gestire con un sorriso, anche se nel momento non è sempre facile! Diciamo che il palcoscenico ti insegna a essere pronta a tutto, e che spesso proprio dagli imprevisti nascono i ricordi più cari.


 

 

Purtroppo siamo arrivati alla fine della nostra conversazione. Come ti avevo accennato,

le regole di THE11TH Conversations sono chiare: undici domande.

Ma visto che sono curioso e che un’ultima domanda non ha mai fatto male a nessuno, approfitto del mio ultimo sorso di rosé per chiedertene ancora una.

 

Siamo tra noi... puoi dirlo. Ti è mai capitato di dimenticare il testo durante uno spettacolo?


R: Sì, è capitato, come credo capiti a chiunque faccia questo mestiere con onestà.

La differenza la fa la preparazione: se conosci davvero il personaggio, il corpo e l'orecchio

ti aiutano a ritrovare la strada anche nei momenti di vuoto. Fa parte del rischio bellissimo del teatro dal vivo.



Ritrovare Raffaella è sempre bello. E questa volta è stato anche un modo per scoprire ancora di più il suo mondo, la sua sensibilità e la donna che c’è dietro i tanti personaggi

che interpreta. È stato un viaggio, tra musica, teatro, emozioni e storie.


Grazie Raffaella, per averlo condiviso con me e per la nostra bevuta. Ora però aspetto

di incontrarti dal vivo… e soprattutto di assaggiare finalmente quel famoso vino bianco calabrese.




 

 

 

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