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Pamela, la donna che visse due volte

Alessio Bruno
10 set
Tempo di lettura: 4 min

Dalla sex symbol di Baywatch all’attrice che oggi sceglie una nuova libertà, Pamela Anderson arriva a Venezia con una carriera tutta da riscrivere.



Se penso alla donna che visse due volte, in questo momento penso sicuramente a Pamela Anderson. Una donna che abbiamo conosciuto, e che io per primo ho conosciuto, come l’icona sexy, la star di Baywatch, il costume rosso, i capelli biondi e quella sensualità che negli anni Novanta era diventata una vera e propria immagine pop. Pamela era ovunque e sembrava quasi impossibile immaginarla fuori da quel ruolo, talmente era stato forte il personaggio che il mondo aveva costruito intorno a lei.


Eppure oggi, guardandola arrivare al Festival del Cinema di Venezia 2026, mi viene da pensare che quella Pamela non sia scomparsa, ma semplicemente abbia smesso di essere l’unica possibile.



Negli ultimi anni il suo percorso ha preso una direzione diversa, quasi per sottrazione. Ha iniziato a togliere invece di aggiungere, a lasciare sempre più spazio alla persona rispetto alla costruzione del personaggio, senza però rinunciare a quel pizzico di glamour che fa inevitabilmente parte della sua storia. È una trasformazione che non sembra studiata per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma piuttosto il risultato di una maggiore libertà nel decidere come mostrarsi e, soprattutto, come essere guardata.


Anche il cinema ha avuto un ruolo importante in questo cambiamento. The Last Showgirl di Gia Coppola è stato il film che ha iniziato a spostare lo sguardo su di lei, portando in primo piano una vulnerabilità e una presenza attoriale che per molto tempo erano rimaste nascoste dietro la sua fama. Non credo sia un caso che proprio da lì sia arrivata una nuova attenzione nei suoi confronti come attrice.


Il vero passo successivo, però, è arrivato al Festival di Venezia 2026 con Place to Be, diretto da Kornél Mundruczó e presentato fuori concorso. Pamela recita accanto a Ellen Burstyn e Taika Waititi e interpreta Molly, la figlia del personaggio di Burstyn, all’interno di una storia che mette insieme solitudine, incontri inattesi e la possibilità di trovare una forma di vicinanza proprio quando meno ce lo aspettiamo.



È un film lontano dall’universo che per anni abbiamo associato a Pamela Anderson e proprio per questo, forse, è interessante vederla dentro questo nuovo contesto. Perché a Venezia non è arrivata semplicemente come una celebrity da fotografare sul red carpet: è arrivata come un’attrice con un film da presentare.

Ed è una bella differenza.


Il Festival di Venezia ha naturalmente fatto il resto, riportando in scena anche quella parte di Pamela che conosciamo da sempre. Sul red carpet l’abito giallo di Carolina Herrera ha tutta la teatralità della grande diva, mentre l’arancione di Calvin Klein Collection scelto per il gala amfAR porta con sé una sensualità più sofisticata, meno legata all’idea della bomba sexy e più vicina a una donna che oggi sembra avere un rapporto diverso con il proprio corpo e con il modo di mostrarlo.



E poi c’è il volto senza make-up.


Non è una novità per Pamela, che ha scelto di presentarsi così già da diversi anni, quindi non sarebbe corretto trasformare questa scelta in una scoperta improvvisa del Festival. Ma vedere una donna di 59 anni farlo ancora oggi, proprio all’interno di uno dei luoghi più esposti del sistema dello spettacolo, continua ad avere un suo peso, soprattutto se pensiamo a una carriera costruita in un’epoca nella quale il corpo femminile, la perfezione estetica e la giovinezza erano parte integrante del modo in cui una star veniva raccontata.


Il no make-up non è la sua rivoluzione. È una delle conseguenze della sua rivoluzione.


Quello che mi interessa davvero, infatti, non è che Pamela abbia scelto di togliere il trucco, ma che abbia iniziato a togliere tutto ciò che sembrava necessario per essere Pamela Anderson. E forse è proprio questo che le ha permesso di fare emergere una parte professionale che per anni era rimasta in ombra.


Durante il Festival di Venezia 2026 c’è stato anche un altro momento che racconta bene questa fase della sua vita. Al gala amfAR, Pamela ha ricevuto l’Award of Courage e nel suo discorso ha scelto di parlare apertamente di un momento molto difficile della propria vita, ricordando la diagnosi di epatite C, la paura per i suoi figli e il percorso che l’ha portata alla guarigione.

Ma è soprattutto una frase del suo discorso che mi ha colpito:


“Non sono una vittima, sono una vincitrice. Sono forte e capace, più di quanto avrei mai potuto immaginare. Non sono la damigella in pericolo, per quanto sia facile interpretare quel ruolo.”


Ascoltata oggi, questa frase sembra quasi andare oltre la sua esperienza personale. Perché parla di una donna che ha passato buona parte della propria vita dentro un ruolo molto preciso e che a un certo punto ha deciso di non lasciarsi più definire soltanto da quello.

Forse è proprio qui che trovo interessante il suo percorso. Non tanto nella trasformazione estetica, quanto nella possibilità di aver cambiato prospettiva sulla propria professione. Mi chiedo persino se quella parte di attrice non sia sempre stata lì, semplicemente senza avere avuto abbastanza spazio per essere vista.


Place to Be diventa allora qualcosa di più di un nuovo film nella sua carriera. È un’altra occasione per capire cosa può succedere quando una persona che è stata per anni riconosciuta soprattutto per ciò che rappresentava viene finalmente messa nella condizione di essere valutata anche per ciò che sa fare.


E Venezia, con tutto il suo rumore, i suoi fotografi, i suoi abiti e la sua inevitabile celebrazione delle star, mi è sembrato il posto perfetto per accorgersene.

 
 
 

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