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KUSAMA, l’infinito non basta mai

Alessio Bruno
27 ago
Tempo di lettura: 2 min

Un pois. Poi un altro. E un altro ancora. Una zucca gialla ricoperta di punti neri. Una stanza piena di specchi

in cui il tuo corpo si moltiplica fino a perdersi.


Basta questo per riconoscere Yayoi Kusama.


È morta a 97 anni, lasciando dietro di sé qualcosa di molto più grande di una serie di immagini diventate iconiche.


Perché Kusama non ha semplicemente realizzato opere d’arte.



Ha cambiato il modo in cui possiamo stare dentro un’opera d’arte.

Quando entri in una delle sue Infinity Mirror Rooms non sei più davanti a un quadro o a una scultura.

Sei dentro l’opera. Il tuo corpo diventa parte dell’installazione, gli specchi moltiplicano la tua presenza e lo spazio sembra continuare oltre i suoi stessi confini.

La prima Infinity Mirror Room, Phalli’s Field, risale al 1965. Kusama prende la ripetizione ossessiva delle sue tele e la trasforma in un’esperienza percettiva.

Oggi ci sembra quasi naturale entrare in una mostra e aspettarci di attraversarla, fotografarla, diventarne parte. Kusama aveva iniziato a farlo decenni prima.


L’opera non è più qualcosa che guardiamo. È qualcosa che ci accade.

E forse è proprio qui che Kusama è stata rivoluzionaria.

I suoi pois non sono semplicemente un elemento estetico diventato il suo marchio. La ripetizione nasce da qualcosa di molto più personale. Fin da bambina raccontava visioni in cui punti e forme sembravano moltiplicarsi fino a ricoprire ogni cosa. Quella percezione sarebbe diventata la materia prima della sua arte.


«Non mi considero un’artista», diceva. «Mi dedico all’arte per correggere la disabilità che ha avuto inizio durante la mia infanzia».



Una frase che cambia completamente il modo di guardare quei pois.

La ripetizione non è decorazione. È necessità. Un punto dopo l’altro, fino a dissolvere il singolo elemento dentro qualcosa di più grande.

Uno diventa mille. Mille diventano infinito.


Kusama ha attraversato pittura, scultura, performance, moda e installazione senza preoccuparsi troppo dei confini tra una disciplina e l’altra. Negli anni Sessanta, a New York, lavorava già sul corpo, sullo spazio e sulla partecipazione del pubblico. La sua pratica anticipava molte delle forme che oggi consideriamo normali nell’arte contemporanea.

Poi il mondo ha raggiunto Kusama.

I suoi pois sono entrati nella moda, le zucche nei musei, le Infinity Rooms sono diventate esperienze capaci di attirare folle enormi. La sua estetica è uscita definitivamente dai confini dell’arte contemporanea per diventare cultura pop.

Ed è forse questa la parte più sorprendente.



Kusama non ha adattato la sua arte al mondo contemporaneo. È il mondo contemporaneo che, a un certo punto, si è accorto di parlare la sua lingua.


Un’arte immersiva, fotografabile, condivisibile, capace di trasformare chi guarda in parte dell’opera.

Tutto ciò che oggi sembra quasi inevitabile nelle grandi mostre Kusama lo aveva intuito molto prima.

Ma dietro i pois, gli specchi e le zucche rimane soprattutto un’idea: che un’esperienza privata, persino dolorosa, possa diventare qualcosa di universale.


A 97 anni Yayoi Kusama lascia quindi molto più di un’estetica riconoscibile.

Lascia un modo diverso di pensare l’arte: non necessariamente dentro una cornice, ma nello spazio,

nel corpo e nello sguardo di chi la attraversa.

Un punto. Poi un altro. Poi un altro ancora.

Fino a quando il singolo punto scompare.


E rimane l’infinito.

 
 
 

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